
INDIA – Come avviene la cremazione dei corpi a Varanasi
[Le fotografie di questo articolo sono realistiche, ma sono state generate con AI perchè ai burning ghat non si fotografano né si filmano le cremazioni, i defunti e le famiglie, per rispetto della sacralità del rito e di chi sta vivendo un funerale]
Varanasi è una delle più antiche città al mondo continuamente abitate; da oltre 3.000 anni è un importante centro religioso e culturale dell’India.
Nei suoi ghat crematori le pire bruciano giorno e notte: la tradizione delle cremazioni a Varanasi è documentata da secoli ed è ancora oggi parte integrante della vita della città. Ma perché proprio Varanasi?
Nella tradizione indù esistono 7 città sacre, le Sapta Puri – Ayodhya, Mathura, Haridwar, Varanasi, Kanchipuram, Ujjain e Dwarka – considerate luoghi capaci di favorire il raggiungimento del moksha: la liberazione dal samsara, il ciclo delle rinascite.
Tra queste città, Varanasi occupa però una posizione speciale nel rapporto tra morte e liberazione. Secondo la credenza, morire a Kashi può condurre al moksha attraverso la grazia di Shiva.
Per questo morire, compiere pellegrinaggi o celebrare qui i riti funebri può avere un valore religioso particolarmente importante. Molte persone malate o in fin di vita si recano a Varanasi proprio per morire.
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Varanasi, kashi, Banaras o Benares
A Varanasi le cremazioni vanno avanti da secoli, ininterrottamente 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
La città è anche conosciuta come Kashi, Banaras o Benares.
Kashi è il nome più antico e religioso della città. Deriva da una radice sanscrita legata all’idea di luce/splendore, per questo viene spesso resa come “la città della luce”.
Banaras è il nome con cui la città è stata conosciuta per secoli, soprattutto in epoca medievale e coloniale. Banaras resta comunissimo ancora oggi nel parlato e nella cultura locale. Benares è invece la forma anglicizzata.
Varanasi è il nome ufficiale moderno. La spiegazione tradizionale lo collega ai fiumi Varuna e Asi, che delimitano simbolicamente l’area sacra della città.
La cremazione dei corpi a Varanasi
Camminando per i vicoli di Varanasi potresti incrociare delle processioni e sentire ripetere in coro: “Ram Naam Satya Hai”, cioè “il nome di Rama è verità”.
Si tratta del corpo di un defunto, trasportato verso il ghat su una lettiga di bambù portata sulle spalle dai familiari.
La frase “Il nome di Rama è verità” è tipica dell’India settentrionale e ricorda soprattutto ai vivi che corpo e beni materiali sono transitori, mentre il divino è ciò che resta.
Rama è il settimo avatar di Vishnu, ma nell’India settentrionale il suo nome ha assunto, in alcune tradizioni devozionali, un significato che va oltre la sola figura di Rama, protagonista del testo sacro del Ramayana: il Nome di Rama può rappresentare il nome stesso del divino e ciò che è eterno.
Il corpo è avvolto in un telo e spesso ricoperto di stoffe colorate, fiori e ghirlande.
Il bianco è frequente soprattutto per uomini e vedove, mentre per una donna sposata possono essere utilizzati anche colori come rosso o giallo e l’oro per gli anziani: anche qui le consuetudini cambiano a seconda della famiglia e della tradizione.
I DUE BURNING GHAT
Le cremazioni avvengono soprattutto in due burning ghat: Manikarnika Ghat e Harishchandra Ghat.
Il Manikarnika è il più grande, affollato e caotico, potrebbe facilmente ricordare un girone dell’inferno, dato il ritmo frenetico, la quantità di persone, corpi, lettighe e pire.
L’Harishchandra è più piccolo, l’atmosfera è più raccolta e intima. È il mio preferito, è il mio luogo di meditazione dal 2012.
Dopo essere stato trasportato lungo i vicoli di Varanasi, arrivato al Gange, il corpo viene bagnato o immerso nelle sue acque. La Dea Ganga è considerata purificatrice e questo ultimo contatto con il fiume sacro precede il passaggio attraverso il fuoco.
Può essere versata anche una piccola quantità di acqua del Gange nella bocca del defunto, una pratica che può avvenire già negli ultimi momenti della vita oppure durante i riti che precedono la cremazione.
LA PREPARAZIONE DELLA PIRA
Nel frattempo viene preparata la pira funeraria, sovrapponendo diversi strati di legna.
La quantità e la qualità del legno dipendono anche dalle possibilità economiche della famiglia: il sandalo è particolarmente prezioso e costoso e viene spesso utilizzato in quantità più piccole insieme ad altri legni.
Sul corpo e sulla pira possono essere aggiunti ghee, sandalo, canfora, fiori e altre sostanze aromatiche.
A questo punto entra in scena il familiare che guida il rito, tradizionalmente è il figlio maggiore o un altro parente.
GLI INTOCCABILI E IL FUOCO SACRO
Il fuoco utilizzato per accendere le pire a Varanasi non viene semplicemente acceso con un accendino.
È un fuoco sacro custodito in un piccolo luogo sacro dove viene mantenuto perennemente acceso ed è considerato il fuoco di Shiva.
Il principale fuoco sacro di Varanasi è custodito a Manikarnika Ghat, ma un fuoco rituale permanente è presente anche ad Harishchandra Ghat, dove svolge la stessa funzione nelle cremazioni.
Secondo la tradizione locale, questa fiamma brucia ininterrottamente da circa 3.500 anni e lasciarla spegnere sarebbe considerato di cattivo auspicio.
Al Manikarnika ghat in particolare, la tradizione racconta che la fiamma sia stata accesa da Shiva stesso e che bruci ininterrottamente da migliaia di anni.
CHI CUSTODISCE IL FUOCO SACRO?
Il fuoco rituale viene custodito dalla comunità dei Dom, una comunità Dalit, i cosiddetti intoccabili, coloro che non appartengono a nessuna casta, che per secoli sono stati collocati ai margini della società. Nel sistema tradizionale delle caste, i lavori considerati impuri, soprattutto quelli legati ai rifiuti, ai cadaveri e alla morte, sono stati storicamente attribuiti proprio a queste comunità.
Il sistema delle caste è stato formalmente abolito con la Costituzione indiana entrata in vigore nel 1950, che vieta le discriminazioni fondate sulla casta e abolisce esplicitamente la pratica dell’intoccabilità. Nella realtà sociale, però, caste e discriminazioni castali sono ancora presenti in molte zone dell’India.
I Dom occupano quindi una posizione profondamente contraddittoria: sono stati socialmente discriminati proprio per il loro rapporto con la morte, ma nei burning ghat di Varanasi svolgono un ruolo rituale indispensabile: preparano e gestiscono le pire e custodiscono il fuoco rituale.
L’ACCENSIONE DELLA PIRA
Il familiare riceve la fiamma ed è lui ad accendere la pira.
Il familiare che guida il rito può essere facilmente riconoscibile perché si rade il capo come segno di lutto; in alcune tradizioni viene lasciata soltanto una piccola ciocca di capelli, chiamata shikha. Anche questa pratica può variare da una famiglia e da una tradizione all’altra.
È vestito di bianco, che è tradizionalmente il colore del lutto nella tradizione induista.
Compie 5 giri attorno alla pira portando con sé la fiamma rituale, inizia poi ad accendere la pira, consegnando il corpo ad Agni, il dio del fuoco.
Uno dei gesti centrali dell’accensione è il mukhagni. Il termine significa letteralmente “fuoco alla bocca” o “fuoco al volto” e indica il momento in cui il familiare incaricato porta alla bocca o al volto del defunto il fuoco rituale.
Il numero 5 ricorre frequentemente nei riti funebri indù ed è legato ai cinque grandi elementi: terra, acqua, fuoco, aria e spazio, di cui nella concezione tradizionale è composto il corpo, ma, come accade spesso nei rituali indù, la pratica concreta può variare a seconda della famiglia e della tradizione seguita.
CURIOSITÀ sui 5 ELEMENTI: gli elementi variano in base alla cultura. Nella tradizione cinese ad esempio non c’è l’aria, ma ci sono il legno e il metallo. Nell’antica cultura greca gli elementi sono considerati generalmente 4, anche se Aristotele aggiunse in realtà il 5° elemento: l’Etere (o Quintessenza) associato alla materia celeste e immutabile, molto simile al 5°elemento indiano, chiamato “Spazio”.
La combustione del corpo dura circa 3-4 ore e sono i Dalit della comunità Dom a curare la pira, intervenendo con un bastone di bambù per fare propagare bene il fuoco.
Durante la cremazione può avvenire la kapal kriya, il rito dell’apertura del cranio. Talvolta il cranio si apre spontaneamente per effetto del calore; se questo non avviene, può essere aperto con un bastone dal familiare che guida il rito o da un addetto alla cremazione. Nel significato rituale, questo momento è associato alla liberazione dell’anima dal corpo.
Alla fine il familiare può rompere un recipiente di terracotta pieno d’acqua e allontanarsi senza voltarsi indietro, a rappresentare la separazione definitiva dal corpo del defunto. Le ceneri e i resti vengono poi affidati alle acque del Gange.
NON TUTTI I CORPI VENGONO CREMATI
La cremazione è un rito di purificazione, ma a Varanasi alcuni defunti sono considerati già puri e spiritualmente liberi.
Le pratiche cambiano molto e non esiste una lista universale valida per tutta l’India.
In diverse tradizioni i bambini molto piccoli, sadhu o asceti, le donne incinte, i malati di lebbra vengono affidati all’acqua del sacro Gange, perché considerati già puri e non bisognosi dell’azione purificatrice del fuoco.
In altre tradizioni anche le persone morte per morso di serpente non vengono cremate, perché si pensa che il veleno possa conservare uno stato di morte apparente, lasciando una speranza di risvegli
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