
I 4 scopi della vita nell’Induismo – I purushartha
Quando si parla di Induismo, soprattutto in Occidente, l’attenzione finisce spesso su karma, reincarnazione, yoga o meditazione.
Esiste però un altro concetto molto interessante per capire come la tradizione indù abbia guardato alla vita dell’essere umano nel suo insieme: i purushartha, i quattro scopi della vita, secondo l’Induismo.
Sono gli obiettivi che danno direzione all’esistenza umana. Sono quattro: Dharma, Artha, Kama e Moksha.
La cosa interessante è che non riguardano soltanto la spiritualità. Comprendono anche il lavoro, il benessere economico, i desideri, gli affetti, il piacere e la vita sociale.
Come spesso accade nell’Induismo non esiste una sola interpretazione valida per tutte le tradizioni. L’importanza attribuita a ciascun obiettivo può cambiare a seconda delle correnti religiose.
1. Dharma: vivere nel modo giusto
Dharma è probabilmente uno dei termini sanscriti più difficili da tradurre in italiano.
Tradurlo semplicemente con “dovere” o “legge morale” è riduttivo.
A seconda del contesto significa comportamento corretto, modo appropriato di vivere, responsabilità, dovere sociale, giustizia.

Spesso si tende a spiegare il Dharma con “essere una brava persona”, ma il concetto è molto più complesso e uno degli esempi più famosi per spiegare il Dharma si trova nella Bhagavad Gita, uno dei testi sacri più noti dell’Induismo.
Arjuna è un guerriero, si trova sul campo di battaglia e dovrebbe combattere contro parenti, amici e maestri. Di fronte alla prospettiva di ucciderli, entra in crisi e vorrebbe rinunciare. È proprio da questo conflitto interiore che nasce il dialogo tra Arjuna e Krishna, che costituisce, appunto, la Bhagavad Gita.
In quella specifica situazione lo svadharma – il proprio dovere – di Arjuna, in quanto guerriero, è combattere una battaglia che ha lo scopo di contrastare l’ingiustizia e ristabilire il Dharma, non solo il suo, ma quello dell’umanità. Rinunciare per dolore o attaccamento personale significherebbe sottrarsi al proprio Dharma.
Arjuna non deve semplicemente scegliere tra “fare bene” e “fare male”. La questione è molto più complessa: deve capire come agire quando doveri diversi sembrano entrare in contrasto tra loro.
Krishna spiega ad Arjuna che il corpo fisico muore, mentre il Sé (atman) è eterno e non viene distrutto con la morte del corpo.
Arjuna alla fine sceglie di combattere. Combatte perché comprende che evitare un’azione dolorosa non significa necessariamente agire secondo la “legge morale” del Dharma.
Il suo compito è fare ciò che la situazione e il suo ruolo richiedono, ma farlo senza ego, senza odio, senza l’attaccamento personale ai risultati.
Ed è proprio per questo che la Bhagavad Gita è un ottimo esempio per spiegare il Dharma: non significa semplicemente “fare ciò che è moralmente buono”, ma capire quale sia l’azione giusta nell’intero contesto, a prescindere dal proprio interesse personale.
Significato del Dharma
È importante capire che il Dharma NON riguarda soltanto ciò che una persona ritiene personalmente giusto, perché alla base del concetto di Dharma c’è la consapevolezza che ogni individuo ha la sua responsabilità nei confronti degli altri e della società.
Il Dharma riguarda piuttosto il modo corretto di agire all’interno delle relazioni e delle responsabilità che compongono la vita.
Il Dharma ha anche un’altra funzione importante: orientare la ricerca di Artha e Kama, perché sicurezza economica, successo e piacere possono far parte della vita, purché vengano perseguiti nel rispetto delle proprie responsabilità.
2. Artha: la sicurezza materiale
Il secondo scopo della vita è Artha, la sicurezza materiale:
→ i mezzi materiali necessari per vivere
→ la sicurezza economica
→ il lavoro e il successo
→ la capacità di costruirsi una posizione nel mondo.
Il concetto di Artha aiuta a sfatare il mito occidentale dell’India spirituale nella quale tutto ciò che riguarda ricchezza e potere sarebbe poco importante o negativo.

Avere risorse e sicurezze materiali significa poter mantenere una famiglia, avere una casa, svolgere il proprio lavoro, avere il tempo di sostenere altre persone, praticare la generosità, partecipare alla vita della comunità.
Artha riconosce quindi qualcosa di molto concreto: per vivere nel mondo servono dei mezzi. Siamo molto lontani, insomma, dall’immagine occidentale dell’India fatta esclusivamente di asceti e meditazione.
Naturalmente questo non significa che accumulare denaro e potere sia considerato positivo in qualsiasi circostanza.
È qui che Artha incontra Dharma.
La ricerca della prosperità è considerata legittima, ma dovrebbe avvenire secondo il Dharma, nel rispetto delle responsabilità morali e sociali. Guadagnare denaro non rappresenta quindi un problema in sé; diventa problematico il modo in cui lo si ottiene, lo si utilizza o il valore assoluto che gli viene attribuito.
È un equilibrio molto concreto: la spiritualità non richiede necessariamente povertà, ma nemmeno la ricchezza viene considerata sufficiente per dare senso all’esistenza.
3. Kama: il piacere
Kama è probabilmente il più frainteso dei quattro scopi della vita, soprattutto per la fama occidentale del Kamasutra.
Quando sentiamo la parola Kama pensiamo quasi automaticamente al sesso.
In realtà il termine sanscrito ha un significato molto più ampio e indica desiderio, piacere, amore, attrazione e godimento dei sensi. La sessualità ne fa certamente parte, ma Kama comprende tutto ciò che può dare piacere alla vita:
→ l’amore e le relazioni
→ la bellezza, la musica, l’arte
→ il cibo, i profumi
→ le esperienze che donano piacere

È interessante come in molte religioni il piacere sia considerato qualcosa di peccaminoso, mentre nell’Induismo il piacere è inserito tra gli scopi legittimi della vita.
Il piacere, senza eccessi, ha dunque un posto riconosciuto nell’esistenza, ma è bene distinguere tra provare desiderio e diventare schiavi del desiderio.
Se il desiderio è uno degli scopi della vita, perché tanti testi religiosi invitano invece a liberarsi dai desideri?
La risposta dipende ancora una volta dal contesto.
• Nella vita, piacere e desiderio possono avere un loro posto.
• Nel cammino spirituale, invece, l’attaccamento a ciò che desideriamo può diventare un ostacolo.
Il punto quindi non è necessariamente rinunciare a qualsiasi piacere, ma comprendere quanto la nostra felicità dipenda da ciò che possediamo, otteniamo o desideriamo.
4. Moksha: liberarsi dal ciclo delle rinascite
Moksha è il più spirituale dei quattro purushartha e viene spesso considerato il fine più alto dell’esistenza.
Il termine significa liberazione.
Per capire da che cosa ci si debba liberare bisogna però entrare in uno dei concetti fondamentali delle religioni indiane: il samsara, il ciclo continuo delle reincarnazioni: secondo l’Induismo l’essere continua a rinascere condizionato dal karma, cioè dalle conseguenze delle proprie azioni in ogni vita.

Il Moksha indica quindi la liberazione dal samsara e dalla necessità di continuare a rinascere. Significa uscire da questo ciclo.
Secondo la tradizione induista più diffusa ci sono varie strade che aiutano a raggiungere il Moksha, tra cui morire ed essere cremati a Varanasi.
Arrivati a questo punto diventa più semplice capire perché il Moksha occupa una posizione particolare rispetto agli altri tre scopi:
• Dharma, Artha e Kama ci dicono come vivere nel mondo
• Moksha invece ci dice come uscire, come liberarsi dal ciclo delle rinascite
Convivenza tra materiale e spirituale
Nei 4 scopi della vita secondo l’Induismo è evidente la convivenza tra dimensione concreta e ricerca spirituale.
L’Induismo non propone necessariamente di scegliere tra vita materiale e spiritualità, tra dovere e piacere, tra lavoro e ricerca interiore. Nei purushartha tutte queste dimensioni trovano spazio, anche se non sempre senza contraddizioni.
La vita umana non viene descritta come un percorso semplice e lineare, ma come una continua ricerca di equilibrio tra ciò che dobbiamo fare, ciò di cui abbiamo bisogno, ciò che desideriamo e ciò che può portarci oltre.
Personalmente trovo tutto ciò incredibilmente realistico, ed è una delle ragioni per cui da molti anni studio l’Induismo, che sento come una delle tradizioni spirituali e filosofiche più vicine all’essere umano.
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