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Viaggiare con una malattia intestinale cronica

Ho conosciuto Andrea Cabassi 2 anni fa quando, dopo aver vissuto a Dubai, aveva lasciato il suo impiego manageriale e si accingeva a coronare il sogno di viaggiare il mondo senza un biglietto di ritorno. Ciò che non ci aveva detto è che stava facendo tutto ciò con una malattia cronica autoimmune, la rettocolite ulcerosa, di cui soffre dal 1998. Pillole, supposte, colonscopie, “un gran rompimento di coglioni” – come la definisce lui stesso – “però, the life must go on”.

Andrea Cabassi viaggia con una malattia cronica

Andrea è uno scientifico (tecnologo alimentare per la precisione). Da sempre viaggi, cambiamento e curiosità lo appassionano. Ha recitato a teatro, suonato, creato oggetti d’arredamento, fotografato, scritto… ne ha fatte un po’ di tutti i colori. Doveva compensare la mancanza di creatività sul lavoro.

A febbraio 2018 sei partito per quello che definivi “giro del mondo”. Sei riuscito nel tuo intento?

Fino a quel momento avevo effettuato numerosi viaggi di massimo 2-3 settimane durante le ferie dal lavoro. Ero quindi abituato a itinerari intensi, mordi e fuggi, per conoscere più luoghi possibile nel poco tempo a disposizione. Ogni tappa la vivevo con la mente proiettata verso la successiva. Il mio corpo era nel presente, ma la mente nel futuro. Anche nel 2018 sono partito col medesimo approccio – l’unico che fino ad allora conoscevo – per poi realizzare che muovendomi velocemente non assaporavo la cultura locale e soprattutto non sfruttavo l’opportunità di essere per la prima volta davvero padrone del mio tempo.

Ho capito che dovevo concentrarmi sul viaggio anziché sulla destinazione. Così l’idea “colleziona-bandierine” di fare il giro del mondo si è trasformata nell’attraversamento del Sudamerica via terra da nord a sud, in 299 giorni, spostandomi a piedi, in autostop e coi mezzi pubblici. A Natale dello stesso anno sono rientrato per trascorrere le feste in famiglia.

Cosa ti ha maggiormente emozionato durante il tuo viaggio?

I momenti emotivamente più intensi sono stati due, entrambi in Perù.

Il primo. In un ostello di Lima, quando stavo per partire per la tappa successiva, ho conosciuto un gruppo di clown italiani in missione per una Onlus. Facevano giocare i bimbi a Huaycan, sobborgo della capitale peruviana. Ci siamo trovati talmente bene insieme che, il giorno dopo, mi hanno messo un naso rosso anche a me e mi hanno portato nella missione. Non avendo un traguardo da tagliare, è stato semplice cambiare i miei piani e accettare. Ho trascorso un giorno tra i bimbi meno fortunati di quella polverosa periferia, vivendo un’esperienza impossibile da dimenticare.

Il secondo. La cerimonia ayahuasca – la cosiddetta “medicina dell’anima” – in un ospedale sciamanico dell’Amazzonia. Quel rito ancestrale, consistente nel bere un estratto di una liana e altre piante della giungla durante un rituale condotto da uno sciamano, crea una connessione incredibile con il proprio subconscio. Ho avuto visioni dei miei antenati e provato una lunga serie di emozioni a massima intensità.

Dopo il viaggio cos’è successo?

Mi sono trovato a vivere il momento che più temevo: il “dopo”. Il viaggio mi aveva cambiato e una cosa era chiara: volevo mantenere il controllo del mio tempo, vivere la vita che desideravo e non quella che altri avevano scritto per me. Così ho scelto di giocarmela tutta: non tornare al mondo corporate. Quindi mi sono messo in azione con l’obiettivo di generare una nuova fonte di reddito che fosse al sostegno del mio nuovo stile di vita e contenesse un nobile proposito.

Viaggiare con una malattia

Sono diventato coach certificato e ai primi di luglio 2019 sono andato alla scoperta del Sudest asiatico per 8 mesi e mezzo, fino a quando l’emergenza Covid-19 mi ha costretto a rientrare in Europa, per la precisione in Portogallo. Oggi tengo percorsi di coaching via Skype per chi desidera raggiungere obiettivi realistici ed etici.

Qual è stato il momento più difficile di questi lunghi periodi di viaggio?

Indubbiamente quando ho avuto una sospetta recidiva della mia patologia a Bariloche, Argentina, un paio di mesi dopo la partenza. La carta igienica, impertinente stronzetta, non mente mai: c’erano tracce di sangue vivo nelle mie feci. Ero molto impaurito, ma in fondo si trattava di un rischio che avevo accettato di correre e che, a quel punto, dovevo gestire. Mi sono fatto consigliare una clinica privata e preso alloggio in un ostello nei paraggi. Un’ora dopo ero nello studio di un gastroenterologo che, vista la mia intenzione di viaggiare ancora per parecchi mesi, mi ha proposto una rettoscopia da farsi l’indomani mattina.

Viaggiare con una malattia intestinale cronica

Ho scrollato le spalle e accettato, uscendo dal suo ambulatorio con una confezione di purgante per l’odiosa preparazione intestinale. Il viaggio non l’avevo esattamente immaginato così, ma abbattersi non sarebbe servito a nulla. L’esame è stato impeccabile ed ha evidenziato che l’intestino si trovava in buono stato e che il problema vero erano emorroidi che, lentamente, ho curato. Avevo a quel punto una soluzione, quindi sono ripartito più entusiasta di prima, in autostop, verso San Martín de los Andes.

Quindi viaggiare con una patologia come la tua è possibile e cosa comporta?

Non voglio generalizzare perché ogni paziente è diverso dall’altro, ma nel mio caso sì, è possibile. L’ostacolo principale è stato superare le credenze limitanti che mi impedivano di trovare il coraggio di partire  e alimentavano la paura di una recidiva lontano da casa, lontano dal gastroenterologo. Nel momento in cui ho cambiato mindset, ho smesso di dire “non posso” e iniziato a chiedermi “come posso”. Così, ho pensato a cosa sarebbe potuto andare storto e ho preparato una soluzione a ogni potenziale problema. L’unico che poteva farlo ero io stesso. Se fossi rimasto ad aspettare qualcuno che lo facesse per me, sarei ancora al palo.

So che hai pubblicato una guida gratuita per viaggiatori con malattie infiammatorie croniche dell’intestino. Ce ne parli?

Recentemente ho capito che mettere a disposizione ciò che avevo imparato poteva aiutare chiunque vive con una patologia invalidante dentro di sé, adora viaggiare e pensa non sia possibile. Così ho pubblicato “La MICI non mi ferma”, dove MICI sta per Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali. L’ho scritta per chi teme il mondo, crede solo a quello che dice il mainstream o gli hanno detto di stare a casa.

Per chiunque desidera sapere come ho convissuto con la malattia quando vivevo in Spagna e a Dubai, come organizzo alimentazione, spostamenti, bagaglio, farmaci e tutto il resto in giro per il mondo. Per chi vuole informazioni su come ho gestito endoscopie, imprevisti (campiamoci) in momenti random, tipo in un sentiero della Patagonia, su un treno tailandese, negli ostelli, ecc.). Per chi è sano come un pesce ma cerca ispirazione.

Dove possiamo trovare la guida e come possiamo seguirti?

Al momento esiste solo in formato digitale ed è scaricabile gratuitamente da questo link. Questi invece sono i miei canali social: Facebook, Instagram, LinkedIn.

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