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Le longhouses sono le abitazioni tradizionali della popolazione indigena del Borneo, i Dayak. Sono lunghe palafitte composte da più unità abitative(Bílík), una sorta di “condomini di capanne” sopraelevati. Gli abitanti vivono di agricoltura, caccia e pesca, sono autosufficienti.

Ci sono longhouses ristrutturate e moderne, con tetto in alluminio e dotate di elettricità e acqua corrente; altre invece, quelle più isolate, conservano l’aspetto e le abitudini originarie, hanno il tetto di frasche e corteccia, hanno l’elettricità solo per qualche ora la sera grazie a dei generatori (non ho visto pannelli solari) e raccolgono l’acqua piovana.

Tutte le longhouses si trovano vicino ad un fiume e hanno un’ampia veranda comune dove si svolgono le principali attività quotidiane.

Sungai Uluk Palin longhouse veranda

LA LONGHOUSE PIU’ ANTICA DEL BORNEO

Sungai Uluk Palin, Etnia Taman Baloh

Io e la mia compagna di viaggio Dinih – un’avventuriera olandese di sessantadue anni che vive su una barca vela in California –  arriviamo nel primo pomeriggio davanti alla Sungai Uluk Palin, la longhouse più antica del Borneo, dopo quattro giorni di trekking nella giungla.

Nel cortile ci sono alcune donne in sarong che sbrigano le faccende di casa. Mr.Ratin, la nostra guida, chiede loro se possiamo trattenerci per una notte; di solito non è un problema chiedere ospitalità nelle longhouses, gli abitanti sono contenti quando ricevono visite, ma vedo che la discussione si protrae per alcuni minuti e gesticolano indicando i miei occhi e le mani di Dinih.

Presto è svelato il problema: è morta ieri una signora e il villaggio è in lutto per una settimana: nessuno deve indossare oggetti in metallo e non si può ridere dal Bílík 26 in poi, la zona dove la donna è morta. Mr.Radin si sfila l’orologio, Dinih si toglie gli orecchini, ma non riesce a togliere un anello che ha al dito da molti anni; rimediamo coprendolo con un cerotto. Mi concedono di tenere i miei occhiali da vista e gioisco, senza non avrei potuto osservare le cose più interessanti: i dettagli.

Sungai Uluk Palin longhouse

La longhouse è a 5 metri da terra, incredibile. Per salire bisogna scalare un tronco intagliato che in passato veniva ritirato in caso di aggressioni delle tribù nemiche. La nostra stanza si trova nell’estrema sinistra della struttura a fianco del Bílík 1, quindi la gente lì sorride.

Sungai Uluk Palin longhouse stairsSulla porta della nostra stanza è scritto “Homes Tay”(invece di Home Stay). Una signora ci porge orgogliosa il “Guesbok” che conta una cinquantina di turisti all’anno (è venuta anche una troupe del National Geographic!).

Spesso sono turisti di passaggio e non si trattengono a dormire. Dal sorriso pieno e autentico della signora è evidente che sia realmente felice della nostra presenza. Arrivano subito tè, caffè, riso e verdure.

La Sungai Uluk Palin non è solo la più antica, risale a 200 anni fa, ma tra le più lunghe e alte del Borneo: ci sono 51 unità abitative, una di fianco all’altra con una veranda comune. Gli inquilini sono dell’etnia dei Taman Baloh.

Passeggiando nella veranda incontriamo bambini che giocano, uomini che intagliano statuine di legno e donne che tessono tappeti in rattan. Incontriamo un’anziana seduta a terra che quando viene a sapere che Dinih è un’infermiera, alza la maglia e le mostra un’orribile vecchia cicatrice sul petto che le unisce i due seni, sembra un’operazione chirurgica “homemade”, è impressionante. Dinih le dà una crema, un medicinale di poco conto, ma è quello di cui l’anziana ha bisogno: un po’ di attenzione e dolcezza.

Vediamo anche degli animali della giungla rinchiusi in piccole gabbie, una donna cerca di vendercene uno, ma rifiuto categoricamente, anche se per attimo penso di comprarlo e liberarlo, ma l’azione non farebbe altro che incentivare la caccia di altri animali.

Sungai Uluk Palin longhouse donna

Appesi alle pareti vedo “zaini” in rattan simili a quelli che avevano i portatori nella giungla. A differenza dei comuni cesti questi hanno anche due fasce per la schiena, a volte anche una terza fascia che viene appoggiata sulla fronte, utile se il carico è molto pesante. La parte frontale è mobile, si può chiudere a aprire con una cordicina. Sono belli, resistenti, costruiti con pazienza dalle abili mani di qualche donna che sicuramente avrà anche raccolto ed essiccato i rami. Si chiamano sabit e io ne voglio uno. Fermo una donna e chiedo se è possibile acquistare uno dei sabit appesi, ma a quanto pare nessuno mai glielo aveva chiesto, è un semplice oggetto da lavoro e ride divertita di fronte alla mia richiesta.

La sera si presenta nella nostra stanza “Homes Tay” accompagnata dal marito; i Sabit che ho visto sono suoi, li usa per raccogliere frutta e verdura nei campi. Parte la contrattazione. Lui chiede 400.000 rp (35€), io ne offro 200.000 e lui accetta subito. Ma come?! E la controfferta? Non ero preparata a concludere subito. Gli dico che ho apprezzato la sua onestà e gentilezza e gli do 300.000 rp. Per festeggiare l’acquisto condividiamo una bevuta di Arak, il vino di riso e dopo qualche bicchiere parliamo tutti la stessa lingua… il potere dell’alcool!

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