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Confessioni di una viaggiatrice

Ho sempre desiderato scrivere questo post rivelandovi le mie più strane fissazioni in viaggio, colgo ora l’occasione seguendo l’hashtag #ConfessionidiUnaViaggiatrice, lanciato dal team di viaggiodasolaperche.com. Temo che alla fine del post penserete sia il caso che io mi rivolga a uno specialista.  

QUELLA VOLTA CHE…

IN INDONESIA HO SABOTATO L’IMPIANTO DI ARIA CONDIZIONATA DI UN AUTOBUS

In Asia l’uso sconsiderato dell’aria condizionata è ormai entrato nella lista delle usanze locali, ma niente a che vedere con il freddo che ho patito in Indonesia durante un viaggio di 16 ore in un autobus a lunga percorrenza. Ero l’unica straniera, ma i locali erano incazzati quanto me: ore e ore di gelo, circa 12 gradi e tutti vestiti con abiti estivi. Non solo l’autista non rispondeva alle lamentele, ma fumava una sigaretta dietro l’altra, a finestrini chiusi, e rideva da solo. Dopo due ore eravamo tutti raffreddati, molti ricoperti di asciugamani, c’è chi si era messo i calzini sulle mani come guanti.

Alla prima sosta la gente mantiene ancora la calma, ma si sofferma a vedere come funziona l’impianto mentre l’autista è in bagno. Una donna spegne l’aria e ci guardiamo tutti con un sorriso vittorioso. Torna l’autista e riaccende l’aria e la sigaretta, più persone gli chiedono nuovamente di non fumare e di alzare la temperatura, ma niente da fare… è pazzo sul serio. Ripartiamo. Istinto omicida collettivo: credo che la maggior parte di noi stesse pensando a come disfarsi dell’autista e a come arrivare sani e salvi a destinazione.
La seconda sosta è l’occasione per agire, nel frattempo ci siamo organizzati: passo il coltello al mio vicino di sedile che dice di sapere disattivare l’aria condizionata tagliando dei fili, due controllano che l’autista si trattenga in bagno e le donne coi bambini fanno da palo. Abbiamo spaccato l’impianto. Sì insomma non ne vado fiera, ma l’abbiamo fatto per disperazione!

IN ECUADOR HO MOSTRATO AGLI INDIGENI COME SI USA IL PROFILATTICO

Premetto che quando sono ospitata presso villaggi di popolazioni indigene ancora non raggiunte dalla modernità, evito di inquinare la loro cultura mostrando oggetti tecnologici o parlando del “mio mondo”. In questo caso è andata diversamente. Per varie vicissitudini sono finita in questo sperduto villaggio sulle Ande dell’Ecuador, a 5.000 metri di altitudine, in mezzo al nulla. Le persone non parlavano neanche spagnolo, solo il quechua, che avevo studiato un po’ a Quito. Avevo 26 anni e non avevo figli, quindi tutti pensavano che io fossi gravemente malata. Le donne mi chiedevano come fosse possibile non avere figli, mi dicevano che loro amavano i loro, ma che non c’era abbastanza cibo tutti. Era vero, sono stata un mese in quel villaggio e ho mangiato patate e fave ogni giorno, non c’era elettricità, non c’era acqua corrente, la prima “farmacia” era a 8 ore di cammino – 4 di motoretta, che nessuno aveva.

Valentina Miozzo Ande Ecuador

Io e Lisbet nella nostra camera nel villaggio (le cavie sotto “il letto” fungevano da riscaldamento) 

Me l’hanno chiesto, quindi ho spiegato loro dei metodi contraccettivi, dalla pillola al preservativo. La pillola era un tabù: un prete cristiano faceva visita al villaggio una volta all’anno, qualche ora, giusto per “informare” la popolazione: se fossero arrivati medici o ong con pillole contraccettive le donne dovevano rifiutare assolutamente, altrimenti sarebbero morte nel giro di una settimana. Ma certo! La pillola contraccettiva provoca il cancro e morte certa in pochi giorni, non lo sapevate? Disinformazione pura. Sono rimasta scioccata da questo fatto. Passiamo quindi ai profilattici: mi hanno chiesto di vederli. Ne avevo alcuni con me (infilati nello zaino dalle amiche che sperano sempre – invano – che io trovi l’uomo della mia vita in viaggio), li ho sfoderati, gonfiati e ho istruito donne e uomini, ovviamente colti da una risata compulsiva senza fine. Immaginate la scena: io, da sola, in mezzo a una ventina di indigeni, in un villaggio sulle Ande, che infilo un profilattico su una patata (ve l’ho detto, là c’erano solo patate e fave) cercando di spiegare coi gesti come si usa il profilattico. Credo che lassù se lo ricordino ancora.

 

FISSAZIONI e STRANEZZE

PANTALONI O GONNA: gli unici pantaloni che ho sono per i viaggi, i trekking, le escursioni fuori porta, nella mia vita di tutti i giorni non indosso MAI i pantaloni, nel mio armadio ci sono solo abiti e gonne. Bipolarismo?

IL BOROTALCO: dopo la doccia ho bisogno di imbrattarmi di borotalco con un soffice puff rosa, è un’abitudine quotidiana (presa dalla nonna) e me la porto dietro anche nella giungla. Donna avventurosa sì, ma conservo la mia parte bohemienne anche in viaggio.

IL PHON: me lo porto sempre, anche se non lo userò per i capelli lo uso per asciugare mutande e calzini lavati nel lavandino.

IL COLTELLO: soffice puff rosa per borotalco, phon e coltello sono le cose di cui non posso fare a meno in viaggio. Di solito parto con un coltello e torno con altri due; mi piace collezionare pugnali, machete e sciabole da ogni parte del mondo, preferibilmente usati e con una storia.



7 Comments

  1. Sei fantastica! Una risata continua!!!! Quello dell’Ecuador fa morir dal ridere anche me e quello dell’aria condizionata ho seriamente pensato di farlo anch’io ma non ho mai trovato tanto cameratismo come hai trovato tu!

    • Mi farebbe piacere leggere altre tue avventure! Coraggio scrivi

      • Ciao Daniela! Grazieee! Negli ultimi mesi ho viaggiato così tanto (Mauritania, India, Bhutan, Sudafrica) che non ho avuto tempo per scrivere, mi ci metterò presto 🙂 Grazie ancora a te per il tuo commento!

  2. Ho appena scoperto il tuo blog e, cavolo, tu sei avventura pura! Complimenti, credo sia l’ideale di vita per molti viaggiatori, anche se forse è il coraggio quello che frena più di tutto il resto 🙂

    • Io il tuo invece già lo conoscevo! 🙂 Grazie e… let’s keep in touch! 😉

  3. Grande!!! Ti dico solo che ho riso come una matta a leggere il tuo post! 😉

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