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“Una Colombia” – Intervista all’autore Alberto Bile

Alberto Bile vive a Napoli, ha viaggiato a lungo in Sudamerica e forse ci tornerà presto. Laureato a Bologna in Comunicazione Pubblica e Sociale  – con tesi “Bogotà 2012. Realtà e immaginari urbani” e studi fra Napoli, Salamanca, Barcellona, Bogotà e Bologna – dopo la laurea capisce subito che nella sua vita vuole scrivere di viaggi. Per ora la scrittura non è la sua principale fonte di guadagno, si dedica intanto a lavorare insegnando spagnolo e traducendo testi. “Ci sono tanti gioielli che ho letto in Colombia e Argentina che in Italia non si conoscono. Nel 2016 sono stato a Buenos Aires per il servizio civile: ne sono tornato con duecentomila libri e molte storie (l’ultima è questa)”.

Alberto Bile

Alberto ha un blog da 4 anni, www.ovunquevada.it, scrive per Erodoto108 e altre riviste. Ama scrivere reportage, diviso fra la volontà di altro Sudamerica, altra Colombia, e la zona del Mediterraneo (da Barcellona alla Turchia passando per la Calcidica) e nuove mete. “Un giorno mi piacerebbe aver scritto, o quantomeno aver viaggiato, anche più a sud e più a est del solito, dove sono stato solo con Kapuscinski e Terzani”. Oltre al libro che ci presenta in questa intervista ne ha scritto anche un altro più breve: “Libri a dorso d’asino. Storie e strade colombiane”, Dante&Descartes, 2016.

Cosa racconti nel tuo libro “Una Colombia – Canzone del viaggio profondo?”

Cerco di raccontare con una luce un po’ diversa: né quella accecante del paese idilliaco, né quella cupa di chi fa di un assassino di innocenti una leggenda.
Racconto il sole duro della Guajira dove non piove e non c’è legge, e la pioggerellina andina dei paesini dove il turismo bussa troppo forte. I tramonti ad ascoltare i “cuenteros de la calle”, i raccontatori di strada di Bogotà, e le albe a ballare la champeta con l’altra faccia di Cartagena e del Caribe. Racconto decine e centinaia di racconti, scritti, parlati, musicati, cantati, ballati, urlati: tutto l’umano che ho visto tra lo splendore e la miseria di un paese multiforme. E poi racconto un viaggio, e i segni che lascia sul corpo e nella mente.

Quando e come nasce l’idea del libro? E perchè questo titolo?

In Colombia c’ero stato nel 2012, per l’Overseas: un anno di giornalismo a Bogotà. Nel 2015 il mio amico Francesco Buonocore, videomaker, che sapeva delle mie intenzioni allora un po’ fumose di tornare per scriverne, mi ha tolto dall’impasse: partiamo! Abbiamo raccolto 4mila euro in quattro mesi con un crowdfunding, per un viaggio di due mesi. Un programma fittissimo di storie e interviste, un budget ridotto, molta voglia. Perché? Sempre per la stessa ragione: la volontà di dare voce a storie che la meritavano, e di conoscerne altre. Viaggio insieme a Francesco, dunque, ma prodotti finali indipendenti: il mio libro e il suo documentario. Tornato in Italia ho scritto per Dante&Descartes “Libri a dorso d’asino. Storie e strade colombiane”, un viaggio attraverso portatori di libri e biblioteche di campagna e periferia. Poi ho pubblicato i vari capitoli di “Una Colombia” su un blog (www.unacolombia.com) e lì sono stato notato da Anna Maspero, scrittrice di viaggio, che mi ha accolto nella squadra Polaris.

Il titolo è “Una Colombia”, perché è una proposta, una possibilità assolutamente non esaustiva e limitatissima. Lungi da me parlare di cosa siano, cosa facciano e cosa vogliano “i Colombiani”, errore gravissimo e comune. Io racconto ciò che vedo e sento, frammenti di vita, cercando quando posso, questo sì, di collegare e interpretare. Quando non posso mi astengo. “Una Colombia” dice alle solite “colombie” : “Ci sono anch’io, e molte altre ancora”.
“Canzone del viaggio profondo” cita la “Canzone della vita profonda”, poesia di Porfirio Barba Jacob che ho tradotto in italiano e inserito nel capitolo su Villa de Leyva. In quei versi si racconta l’uomo e le sue mille facce. Il viaggio è stato profondo perché è iniziato molto prima del decollo e finito molto dopo l’atterraggio: un’immersione lunga, esaltante e difficile.

Un aneddoto del viaggio

Sulla spiaggia di Taganga c’era un pescatore, Sandro, che mi fece una lectio magistralis sugli strumenti del mestiere e tutti i pesci presenti nella baia. La sua cattedra era l’amaca. Quando i ragazzini lo interrompevano faceva una scenata. Mi spiegò l’evoluzione del luogo e i danni del turismo: i pescatori vengono cacciati dalle spiagge, specie quando il ricco straniero le compra e non vuole i falò che da generazioni fanno compagnia a Sandro e i suoi compagni nelle notti di pesca. Mi raccontò che in passato il traffico di cocaina aveva reso ricchi molti suoi familiari e amici, presto però morti ammazzati. Mi disse: “noi pescatori non siamo ambiziosi, ci accontentiamo di ciò che ci dà il mare. Ho pregato Dio di restituire la povertà a me e alla mia famiglia”.

Sandro il pescatore che vuole tornare povero

Sandro, il pescatore che vuole tornare povero

Le 7 parole chiave del libro 

Le prendo proprio dalla “Canzone della vita profonda” (qui il testo originale)

“Ci sono giorni in cui siamo così MOBILI…”
Bogotà, Medellín, El Peñol, Villa de Leyva, Paipa, Barichara, Mompox, Valledupar, Nabusimake (Sierra Nevada), Riohacha, Cabo de la Vela, Punta Gallinas, Parque Tayrona, Minca, Santa Marta, Cienaga, Aracataca, Nueva Granada, San Basilio de Palenque, Barranquilla, Cartagena. Sotto il peso di zaini pieni di libri e vestiti, spesso con trenta gradi, in “trance agonistica” da reportage di viaggio: non potevamo fermarci.

“E ci sono giorni in cui siamo così FERTILI
Due libri, due documentari, un matrimonio (di Francesco), molti articoli, letture, canzoni, amicizie.

“E ci sono giorni in cui siamo così SORDIDI
Ammetto che a volte, per avere udienza, mi sono spacciato per giornalista di importanti riviste italiane. Quando viaggio sono solito inventarmi identità false.

“E ci sono giorni in cui siamo così PLACIDI
Dormire su un’amaca a 30 metri dall’oceano, senza pareti. Capitolo su Cabo de la Vela.

“E ci sono giorni in cui siamo così LUBRICI
Nel senso di maniaci. No, cara poesia, siamo stati gentiluomini, missionari direi.

“E ci sono gioni in cui siamo così LUGUBRI
Più che noi, ciò che abbiamo visto, specie nel “dark side of Caribe”, quello abbandonato.

“Ma c’è anche, o Terra!, un giorno… in cui leviamo le ANCORE per non tornare più”
Non ci sono ancora tornato in Colombia, e la sola idea di non tornarci più mi sembra nefasta, inaccettabile. Ci sono altri fondali dove ancorare.

Dove possiamo acquistare il libro? 

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