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“Sotto il cielo dell’Australia” – Intervista all’autore Mauro Buffa

Qualche tempo fa mi è capitato di leggere, non ricordo dove, alcune parole di Italo Calvino. Una frase per la verità piuttosto breve, ma che da allora è rimasta impigliata nella mia memoria di libraio e non ne vuol sapere di lasciarmi in pace. Una frase che suona più o meno così: ti accorgi dell’importanza di un libro quando, una volta terminato, ti viene voglia di sentire per telefono il protagonista. Sono state la scrittura assieme diretta, precisa e ricca di dettagli, la narrazione appassionata e appassionante e infine la curiosità che emerge ad ogni pagina – curiosità che l’autore non ha certo tenuto senza risposte – a farmi apprezzare a dismisura Sotto il Cielo dell’Australia. Il fatto è che attacco più bottoni io di un sarto e poi qui il protagonista non è un personaggio di fantasia: Mauro Buffa, direttore dell’Istituto culturale Mocheno e già autore di altre tre pubblicazioni – Sulla Transiberiana, Sulla Transmongolica e Usa coast to coast (Ediciclo) -, l’ho chiamato davvero. Ecco quale Australia mi ha raccontato.

Perth non è un punto d’arrivo, semmai luogo di partenza della vostra avventura, tanto che una delle prime cose che fate tu e il tuo compagno di viaggio Antonio è quella di gettare un’occhiata alla stazione ferroviaria che vi vedrà in partenza l’indomani. Cosa intendi dire quando affermi che la railway station di Perth rappresenta bene l’Australia?


La stazione ferroviaria di Perth è grande e poco frequentata, così come l’Australia è grande e spopolata. Non c’è folla perchè, a parte qualche trenino locale, l’unico vero treno in partenza e in arrivo è l’Indian Pacific che parte solo due volte la settimana ed è in questa occasione che la stazione si riempie di passeggeri. Questo treno che va da Perth a Sydney attraversa tutto il continente per oltre 4000 km, è la seconda ferrovia più lunga del mondo dopo la Transiberiana che però è lunga più del doppio.

Hai dedicato diverse pagine alla popolazione originaria di questo continente e ciò mi fa credere che questa gente ti abbia parecchio colpito. Chi sono gli aborigeni? E come si sono integrati, se si sono integrati, nella società australiana?

La questione aborigena è l’aspetto più triste dell’Australia intesa come società. Gli originari abitanti del continente sono stati annientati dopo la colonizzazione inglese (non diversamente dagli indiani d’America o dai popoli siberiani) ed oggi costituiscono poco più del tre per cento della popolazione, circa settecentomila persone. La loro vita è dura e misera. Hanno un’aspettativa di vita inferiore di dieci anni rispetto alla popolazione bianca. Tutto questo accade in un paese sempre ai primi posti negli indicatori di benessere. Non c’è mai stata una vera integrazione anche se negli anni recenti lo stato si è dimostrato più propenso a riconoscere i loro diritti e a migliorarne la condizione.

Fotografia di Mark Roy

Prima di raggiungere Alice Springs e il cuore rosso del Paese vi tocca di attraversare una buona quantità di cittadine anonime. Che significa ‘no culture land’?

E’ un nomignolo col quale si vuole sottolineare che l’Australia è un paese dalla storia recentissima e quindi privo di beni culturali antichi. Le cittadine anonime, tutte uguali senza nulla di interessante da ammirare rivelano un paese povero di arte, storia e quindi di cultura. In compenso i paesaggi dove si collocano sono spesso stupendi.

Nell’immaginario collettivo è Uluru la cartolina perfetta dell’Australia più selvaggia e remota. La Uluru che hai visto corrisponde a quella che ti eri immaginato?

Capita spesso di ritrovarsi davanti a un monumento, una montagna, un luogo visto spesso sui libri o in televisione. Nessuna immagine può tuttavia superare l’emozione di trovarsi direttamente di persona in quel luogo. I colori, gli odori, i suoni , il caldo e il freddo in poche parole la realtà, non mai riproducibile, bisogna viverla. Uluru da lontano non è diversa dall’immagine universalmente nota ma quando ci si avvicina si scoprono aspetti sconosciuti come la conformazione della roccia o la presenza di stagni e uccelli e altro ancora.

Quali sono le sette parole chiave del libro?

Outback: un ossimoro, la convivenza forzata di due parole contrarie. Un concetto tipicamente australiano ovvero “il dentro che sta fuori” Quindi se si va verso l’interno del continente, si esce dalla civiltà.

Down under: giù in basso. Nomignolo affibbiato dagli inglesi all’Australia. Nelle care geografiche in effetti lo è, ma gli australiani non sono d’accordo e stampano carte capovolte, in questo caso è l’Europa a essere giù in basso.

Nullarbor Plain: tra tanti nomi anglosassoni e aborigeni, un nome in latino. Nullarbor cioè niente alberi. La più vasta estensione al mondo di roccia calcarea, due terzi dell’Italia. Dell’Australia si conoscono le grandi e belle città ma la sua superficie è per la maggior parte desertica.

Canguri: il simbolo dell’Australia. Animali bellissimi e particolari per via del marsupio. Animali pacifici ma anche involontariamente pericolosi, divorano le coltivazioni e provocano incidenti stradali. Il governo adotta un piano annuale di abbattimento per contenerne il numero, gli animalisti li difendono. Incontrali per caso è comunque emozionante.

Biodiversità: per via del suo isolamento in Australia si sono sviluppate specie animali e vegetali uniche al mondo. Ne sono state stimate oltre un milione e classificate meno della metà.

Immigrazione: dal 1788 più di 9 milioni di uomini sono arrivati in Australia su una popolazione che oggi è intorno ai 24 milioni.

Multilinguismo: a Brisbane i cartelli stradali recano scritte in : inglese, cinese, coreano, malese e giapponese.

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Intervista a cura di Marco Toccacieli di www.ilfederico.com




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