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Ricchezza e povertà a Quito

Un’opera d’arte che mostra
il divario tra ricchezza e povertà

La Lonely Planet definisce Quito vecchia come “una zona quanto mai vivace, animata da venditori ambulanti, gente a passeggio, taxi che suonano, autobus che sbuffano e polizziotti che fischiano: un mondo incantato tutto da scoprire“.  Capisco che il luogo possa essere folkloristico, ma includere  la povertà nella cultura locale mi sembra un atteggiamento da turista Alpitur. Taxi che suonano e autobus che sbuffano non mi ricordano nessun mondo incantato, i venditori ambulanti neppure, visto che sono soprattutto anziani e bambini. Non è Quito, sono le metropoli che mi destabilizzano. Io, bucolica locandiera di agriturismo, così legata alla terra, non sopporto il caos delle metropoli. Mandatemi a mangiare insetti fritti in villaggi sperduti senza elettricità, starò meglio.

I campesinos scappano dalle zone rurali con la speranza di migliorare la loro vita, arrivano in città dove, senza terra sotto i piedi, sono ancora più poveri. 
Quito nuova e Quito vecchia, ho camminato ore per vie, piazze e mercati osservando luoghi e persone, odorando, toccando, esplorando come una bambina in un mondo nuovo. Non mi abituerò mai alla povertà, non voglio, mi sento impotente davanti a ciò che vedo: bambini in mezzo alle strade immersi nello smog, bambini che dormono in scatole di cartone, anziani che tentano di vendere stecchini per le orecchie sfusi a 5 centavos l’uno (8 cent di euro), gente sdraiata nei marciapiedi che dorme, polizia corrotta, criminalità e ricche signore che dai finestrini delle loro auto lussuose guardano i poveri con aria schifata ed inorridita. 

Ho visto al supermercato una ricca coppia che alla cassa lasciava accumulare i prodotti perchè non c’era nessuno a sistemare i loro acquisti nei sacchetti. A braccia incrociate aspettavano che un bambino, un povero, un servo arrivasse per assumersi questo ignobile compito, intanto si era formata una lunga coda alla cassa, ma nessuno ha detto nulla, i ricchi dovevano essere serviti.

Ho visto un bambino scalzo che si è avvicinato ad un auto di  lusso per chiedere l’elemosina e ha osato toccare l’auto, è uscito il conducente a cacciarlo via malamente e a lucidare l’auto infetta.

Intossicata dalla boria dei ricchi e dalla sudditanza dei poveri mi sono rifugiata al Museo del Banco Central che raccoglie opere d’arte della cultura ecuadoriana dal 3.000 a.C fino al periodo del colonialismo spagnolo. Ceramiche, statuine, maschere cerimoniali, oggetti in oro, vasi e mummie danno  un’ottima panoramica delle culture che si sono avvicendate nel corso dei secoli. Il primo piano è dedicato ai nativi, alla cultura indigena,  mentre il secondo piano è dedicato al periodo del colonialismo e post-colonialismo, colmo di raffigurazioni di Gesù e la Madonna. La differenza enorme tra il primo e il secondo piano è shoccante, la diversità tra le due collezioni  è talmente disarmonica che rende perfettamente l’idea del colonialismo.



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