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I Baul, la tribù dei cantori nomadi – India

Folle, mistico, popolare, lirico e malinconico. E’ il canto dei Baul, menestrelli itineranti che vivono in India tra le zone rurali del Bangladesh e del Bengala Occidentale; una tribù di cantori mistici, praticanti un culto esoterico, nato dall’unione di tantrismo e sufismo. L’etimologia del termine baul risale probabilmente alla parola Batula in sanscritoche si può vagamente tradurre con sciroccato, matto. Altre correnti di pensiero lo collegano invece al termine Vyakula, che significa irrequieto. 
I baul sono ammirati per la loro libertà dalle convenzioni, per la loro arte musicale e poetica. I canti e le danze rappresentano per loro la liberazione spirituale e il rapporto dell’uomo con il divino. Considerano il canto come una forma di yoga e lo accompagnano con vorticose danze, ereditate dai dervisci.
Donna baul India
Donna baul – Fotografia di Amanpreet Kaur
Non si identificano con nessuna religione, non hanno divinità, templi o santuari, ma ritengono che il corpo di ogni individuo sia la dimora di Dio. Prediligono il rapporto personale con il divino, rifiutando l’eccessivo ritualismo e le Sacre Scritture dell’Induismo. Cantano l’uguaglianza fra indu e musulmani, tra donne e uomini e rifiutano la separazione in caste.  Vivono spesso a coppie e adottano bambini abbandonati; le donne sono libere di risposarsi o di vivere sole e sono rispettate dalla comunità per le loro scelte. 

Si vestono con un normale dothi indiano, una sorta di “pareo” indossato dalla vita in giù, ma si coprono con l’alkhalla, una stoffa color arancio, simbolo di rinuncia, come i Sadhu (i guru indiani), con cui condividono spesso le pratiche del vegetarianesimo, la mendicità e l’uso della cannabis. A volte sostituiscono la tunica arancione e indossano bizzarri camicioni patchwork, a quadretti colorati.

La musica Baul è molto diversa dalla musica classica indiana – non prevede infatti l’uso del sitar o della tabla -, canti e danze sono accompagnati da strumenti di antichissima origine popolare, da loro costruiti:

  • Ektara, uno strumento a una sola corda
  • Dugi, un piccolo tamburo
  • Gungur e Nuppur, i sonagli da caviglia
  • Dotara o Dubki, uno strumento a 4 corde
  • Khamak, uno strumento percussioni + corde
  • Bansuri, flauto di canna
  • Korotal, i cimbali indiani

I canti baul non servono solo a diffondere ideali di pace e uguaglianza, ma anche ad insegnare la filosofia a nuovi discepoli; infatti non si nasce baul, lo si diventa per scelta, in seguito a una formazione e a una cerimonia di iniziazione. Il linguaggio ed il contenuto delle canzoni viene costantemente modernizzato, per questo è sempre attuale.

I canti, la poetica e le danze dei Baul compaiono nella letteratura bengalese nel XV secolo, nonostante la tradizione sia molto più antica. La musica e lo stile di vita baul hanno influenzato un grande segmento della cultura bengalese, in particolare le composizioni del Premio Nobel Rabindranath Tagore, famoso poeta, drammaturgo, scrittore e filosofo bengalese e grazie a questo connubio il movimento Baul ha ultimamente riacquistato popolarità tra la popolazione rurale del Bangladesh e del West Bengala.

Nonostante la popolarità i Baul sono ancora oggi un gruppo emarginato, la cui situazione è peggiorata negli ultimi decenni a causa dell’impoverimento delle aree rurali, per questo si incontrano spesso nei treni, dove cantano in cambio di qualche offerta. La conservazione delle canzoni Baul dipende principalmente dalla situazione socio-economica di coloro che portano avanti quest’antica tradizione, l’Unesco stessa ha dedicato loro un breve documentario.

Brevissimo documentario dell’Unesco sulla cultura baul (in inglese)

Per fare in modo che quest’antica tradizione non venga persa è necessario sostenere i baul e valorizzare il loro sapere. Tagore ha apprezzato la loro poesia e l’ha diffusa nel mondo, i musicisti si sono interessati ai loro strumenti, sempre più turisti dovrebbero assistere a questi canti e solo così, probabilmente, i baul continueranno ad esistere.

Il turismo ha il potere di cambiare, nel tempo, le abitudini e la cultura di un intero paese, spesso in modo negativo, ma se si tratta di turismo responsabile allora un viaggio può fare la differenza.  Io ho conosciuto i baul durante il mio quinto viaggio in India, seguendo l’itinerario di Conscious Journeys, tour operator indiano che propone viaggi in italiano, i cui itinerari tematici vanno ad esplorare luoghi e tradizioni al di fuori dei tradizionali circuiti turistici.

Baul India

I baul che ho conosciuto in India, a Shantiniketan



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