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Il Borobudur: il cammino spirituale dei buddisti

“Sono musulmano, ma pratico il buddismo come filosofia di vita”, mi risponde Fatah quando gli chiedo quale sia il suo credo religioso. Non mi stupisco, sono in Indonesia, dove buddismo, induismo, islam e cristianesimo convivono e si mescolano tra di loro. Fatah è la mia guida al Borobudur, il tempio buddista più grande del mondo. Costruito tra il ‘700 e l’800 d.C. è più antico di Angkor Wat in Cambogia, che è invece il tempio religioso più grande del mondo, dove si fondono induismo e buddismo.

Borobudur

Visto da lontano non sembra spettacolare, sembra un’unica roccia scura, austera e priva di decorazioni, ma avvicinandosi e visitandolo con una guida esperta emerge con forza il fascino di questo luogo. Il Borobudur, meta di molti pellegrini, rappresenta un percorso spirituale e le stupa tracciano il sentiero dell’illuminazione fino ad arrivare al Nirvana (un’enorme stupa sulla cima del tempio).

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Le stupa, il simbolo buddista della mente illuminata, nascono come monumento funerario: dopo la morte di Buddha il suo corpo fu cremato e sepolto sotto otto stupa. Il numero 8 nel buddismo è legato al concetto di karma e assume un significato ciclico: le cattive azioni della vita attuale dovranno essere compensate nella vita successiva. Il buddista, per porre fine al ciclo di reincarnazioni e raggiungere il Nirvana, deve seguire le otto vie del Dharma. Non a caso le stupa del Borobudur sono settantadue, un multiplo di otto.

Il tempio è composto da dieci terrazze, suddivise in tre livelli che rappresentano ognuno un momento particolare del cammino spirituale. La base descrive la condizione più spregevole, il cosiddetto “Regno dei desideri” (Kamadhatu), dove la vita è superficiale, caratterizzata da vizi, immoralità e dissolutezza. Fatah mi fa notare dei bassorilievi erotici nelle pareti della prima terrazza.
“Ma il sesso è peccato anche con la propria moglie o il proprio marito?”
“Non è peccato, ma si tratta sempre di desiderio, quindi chi sceglie di praticarlo non potrà raggiungere il Nirvana”
“Ma se tutti gli uomini fossero ai livelli successivi non ci sarebbe procreazione e l’umanità cesserebbe d’esistere!”
“Solo in questa dimensione, ma ci sono altri mondi in cui possiamo vivere”
Mi sorride dando per scontato che io non possa capire e dopo un breve silenzio colmo di pensieri proseguiamo ai piani superiori osservando le immagini che raccontano la storia di Siddartha.
Il tempio è una vera e propria enciclopedia della storia del buddismo, sulle pareti sono incisi  8.000 metri quadrati di bassorilievi. Resto affascinata nell’apprendere che Siddartha prima di nascere era stato un daino con otto zampe, un elefante e una scimmia con una coda lunghissima.

Borobudur bassorilievi

Continuiamo il nostro cammino verso il Nirvana ed entriamo nel secondo livello (Rupadhatu) composto da cinque terrazze quadrate che rappresentano la progressiva emancipazione dai sensi.
Fatah mi spiega che per arrivare in paradiso bisogna controllare i desideri, perchè provocano solo una felicità temporanea e non ci permettono di essere veramente felici.
“Come? Scusa Fatah.. ma il concetto di paradiso non appartiene alla religione cristiana? Volevi dire il Nirvana?”
“No, proprio il paradiso. Il Nirvana è un’altra cosa. Nel buddismo sono due condizioni differenti, ma esistono entrambe”
“Qual è la differenza?”
“Il paradiso è la condizione in cui l’uomo riesce a controllare i propri desideri, mentre nel Nirvana i desideri sono assenti, è uno stato di estinzione della propria essenza che segna la fine del desiderio, quindi della sofferenza.”

Budda che osserva

Scalando le gradinate arriviamo al terzo livello (Arupadhatu): i cunicoli racchiusi da massicce pareti si trasformano in passaggi più ampi e aperti, attorno a noi vediamo una distesa di vegetazione e montagne, il percorso cambia, da quadrato diventa circolare e l’iniziale senso d’oppressione si trasforma in una sensazione di calma e serenità. L’architettura di questo tempio è studiata per suscitare emozioni, più si sale, più ci si avvicina alla felicità assoluta.

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Tiro fuori la foto di mio padre, cammino attorno all’ultima stupa, la alzo in cielo per mostrargli il Borobudur e la giungla che lo avvolge come un abbraccio d’affetto. Era buddista e qui sarebbe stato a suo agio. La mia esplorazione abbandona la materialità del tempio e diventa spirituale e profonda. La ricerca sarà ancora lunga.



2 Comments

  1. Mio padre è sempre stato ateo, un uomo in giacca e cravatta molto razionale e legato ai beni materiali. Negli ultimi 5 anni della sua vita ha cominciato a dedicarsi alla terra, lavorando nella nostra vigna, a viaggiare, conoscere altre culture e a seguire la filosofia buddista. Un cambiamento radicale, come se si stesse preparando. Era una grande persona.

  2. Che bella storia! Si intuisce uno dei motivi per cui questo viaggio assuma un significato particolare per te. Tuo padre era straniero oppure convertito al buddismo?

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