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Bhutan, dove il pene scaccia gli spiriti maligni

Ogni cultura ha i suoi simboli di buon augurio, c’è chi raccoglie quadrifogli, chi appende un ferro di cavallo e chi ha un cornetto rosso come portachiavi.
In Bhutan dipingono peni.

Passeggiando tra templi incastonati tra vette himalayane, villaggi rurali, fortezze e mercati, in un regno che conserva ancora – come pochi luoghi al mondo – la propria cultura millenaria, non ci si aspetta di certo di vedere peni ovunque.  

Davanti al primo pene disegnato sulla parete di un negozietto, con una bambina in abiti tradizionali che vi gioca davanti, penso: “Ma no, anche qui ci sono i vandali?!”. Poi mi guardo attorno e noto che i peni sono dappertutto: appesi alle grondaie, disegnati sui muri, scolpiti nel legno; le insegne dei negozi accolgono i clienti con l’insegna Wel Come. Peni di ogni dimensione sono dipinti sui muri delle case e sulle porte dei negozi, raffigurati con dettagli imbarazzanti, adornati di nastri o ricoperti di peluria, cavalcati da draghi fiammanti, mentre eiaculano baldanzosi.

La venerazione della potenza sessuale maschile si trova in diverse culture antiche: gli egizi adoravano il Dio Min, dall’enorme membro, come il Dio Kmul per gli Assiri e i Fenici; i babilonesi veneravano il Dio Enki, che aveva creato due fiumi proprio con la forza del suo pene; nella mitologia greca e romana Priapo era la divinità sessuale per eccellenza. Oggi, in alcune parti del mondo, è ancora vivo questo culto, anche se in modo meno esplicito: si venerano oggetti di simbologia fallica, come ad esempio il lingam in India. In Bhutan non si tratta di oggetti simbolici, ma di veri e propri peni, dipinti nei minimi particolari.

Il culto del pene in Bhutan è molto simile a quello di Pompei nei tempi antichi: al membro maschile viene attribuito un valore propiziatorio, è un’immagine di protezione che scaccia gli spiriti maligni, per questo sovrasta le entrate degli edifici, proteggendo famiglie e abitazioni.

L’origine di questa tradizione in Bhutan pare abbastanza recente, ebbe inizio nel 15°secolo, dalle singolari pratiche del monaco buddista Drukpa Kunley, soprannominato The Divine Mad Man (il folle uomo divino), per il suo modo bizzarro di divulgare il buddismo. Predicava il rifiuto dell’ipocrisia e la vita in piena onestà, escludendo la negazione del piacere. Se il tradizionale monaco buddista rinunciava ai piaceri materiali, Drukpa riteneva invece che per raggiungere l’illuminazione fosse necessario condurre un’animata vita sessuale.

Il monaco girò a lungo per il Bhutan e nonostante il suo modo di praticare il buddismo fosse in netto contrasto con le tradizioni, la popolazione lo venerava. Le donne lo cercavano per ricevere la sua benedizione, che consisteva, ovviamente, in un rapporto sessuale, per questo viene anche chiamato il Santo delle 5 mila donne.

Si racconta che il monaco scacciasse i demoni colpendoli col suo pene, trasformandoli in spiriti benevoli. I falli dipinti sui muri delle case sono una riproduzione del membro di Drukpa Kunley, noto in Bhutan come il Fulmine della Saggezza Ardente.

A Drukpa Kunley è dedicato il piccolo tempio di Chime Lhakhang, vicino a Punakha, conosciuto anche come il tempio della fertilità, meta di pellegrinaggio per le coppie che desiderano avere un bambino. L’attuale Lama del monastero benedice le donne colpendole sulla testa con un fallo di legno; ce ne sono molti all’interno del tempio, ma il più antico – si dice – è un fallo con manico d’argento, che si suppone sia stato portato dal Tibet proprio da Drukpa Kunley.

NOTE STORICHE SULL’ORIGINE DELLA TRADIZIONE:

La storia riconduce il culto del pene in Bhutan al monaco Drunka Kunley, ma le ricerche del Centre for Bhutan Studies & GNH Research di Thimphu, hanno decretato che il simbolismo fallico era già parte integrante della religione che esisteva in Bhutan, prima che arrivasse il buddismo. Il culto è associato all’antica religione Bon, originaria di Tibet e Nepal, in cui il fallo era una parte integrante di tutti i rituali.

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